FREEZE – riflessioni psicologiche su storie di quarantena. 2 – WORKAHOLIC

Progetto di Francesca Sangalli con la consulenza di Manuela Aloni

© 2020. Tutti i diritti sono riservati

Mi trovo in una situazione che in gran parte può sembrare una beffa. Sono sommerso dal lavoro, in casa, senza orari, la mia famiglia blindata fuori dalla porta, io in camera. Sono costantemente deconcentrato, irritato, mi sembra di essere tornato indietro di dieci anni. A pranzo mi faccio lasciare un panino fuori dalla porta, se vengo interrotto ho delle reazioni aggressive eccessive ma non riesco proprio a controllarmi, persino il gatto che cerca di entrare mi scatena nervosismo. Mi interrompe, devo occuparmi di lui o chiedere a mia moglie se può dargli da mangiare perché magari sono in conference call. Il matrimonio è teso. Mia moglie ha detto che se tutto sommato può ancora sopportarmi è grazie al fatto che non esco dal mio studio. Quando esco siamo come due molle schiacciate, pronte a scattare, una più spaventosa dell’altra, io mi sento come il pupazzo cattivo nella favola del soldatino di piombo e so che lei non è da meno, che dobbiamo stare attenti a non parlare.

Tempo fa quando vivevo da solo, più di dieci anni fa ho costruito e messo in piedi la mia azienda di cui sono manager. Ero fanatico del lavoro e per me era un’occupazione di tutte le ore, mi sentivo instancabile e pensavo di poter battere gli altri sul tempo proprio in grazia della mia ostinazione. Niente pause, niente viaggi, niente vacanze. Lavoravo da casa e non esisteva il pranzo la cena. L’uscita con gli amici mi sembrava noiosa. Poco a poco questa spirale mi ha fatto stare male, ho perso la mia identità dentro a un computer e ho tenuto in piedi l’azienda per un pelo, ma avevo perso il controllo. Dopo un percorso di autodisciplina mi sono deciso a portare ogni contatto, il computer, il telefono in uno studio in affitto, lontano da casa e mi sono obbligato a chiudere sempre prima di sera per prendere la macchina e tornare in un luogo dove non mi potesse raggiungere la mia impresa. Questo piano piano mi ha portato a essere quello che ero oggi, a costruire un vissuto con amici, a investire nelle vacanze, costruire una famiglia, appassionarmi a diversi hobby e provare un nuovo piacere nel riscoprire la mia identità scollegata da quel turbinio di richieste, fatture, soldi, problemi a cui io stesso avevo dato vita.

Otto settimane fa, quando si è prospettata la chiusura di tutto, mi sono dovuto rassegnare e ho portato a casa tutto il necessario per proseguire da remoto il lavoro ma non mi concentro e sono scivolato di nuovo in questo gorgo infernale. Non dormo più. Mi sento in gabbia e mentre mi accorgo che la mia famiglia si sta allontanando sempre di più sono spaventato all’idea che alla riapertura rimarrò solo e perderò tutto l’affetto per me stesso, quello dei miei figli, quello di mia moglie, che, esasperata, è diventata gelida e scostante.

Lettera di Riccardo P.

Riccardo ci porta in un mondo complesso e spesso oggetto di una lettura distorta: il workaholism, una vera e propria dipendenza dal lavoro dove l’attività professionale diventa totalizzante, andando a sopprimere e rendere privi di reale interesse gli altri ambiti di vita. A differenza della maggior parte delle altre forme di dipendenza, però, questa difficilmente viene riconosciuta come tale e, dunque, come patologica, poiché viviamo in una società in cui la spinta alla produttività ed al profitto viene percepita come fattore di successo personale, spesso sottovalutando i costi emotivi e la sofferenza psicologica a ciò connessi.

Riccardo racconta di aver preso coscienza in passato della disfunzionalità del suo agire e di aver attuato delle strategie di autodisciplina per cercare di riequilibrare la propria vita, ma l’isolamento sociale a cui siamo stati tutti obbligati ha reso inapplicabili le tattiche di controllo che aveva eretto a diga psicologica ed il lavoro, proprio come un fiume in piena, ha straripato ed invaso nuovamente tutti i territori della sua mente. Ma è davvero l’ambito professionale il problema da risolvere? O forse, come per qualsiasi forma di dipendenza, la sostanza, in questo caso il lavoro, è solo uno strumento per cercare di colmare vuoti e mancanze interiori di altro genere? Nella storia personale di ciascuno di noi spesso sono presenti vissuti dolorosi legati a relazioni difficoltose in ambito familiare o scolastico, oppure connessi ad eventi traumatici indelebili. A volte questi ricordi sono come delle ferite ancora aperte, a cui è impossibile avvicinarsi senza un’estrema sofferenza; possono essere fonti di paura, angoscia, senso di impotenza ed inadeguatezza, motivo per cui si può avere l’impulso di allontanarsene il più possibile, di scappare lontano, magari impegnando freneticamente corpo e mente in altro… magari proprio nel lavoro. L’impegno professionale, e il riconoscimento sociale che ne deriva, può apparire inconsciamente come una perfetta via di fuga. Ma non possiamo scappare da noi stessi. Non per sempre. I vissuti traumatici del passato continueranno a premere per essere affrontati, perché la nostra mente cerca sempre la via verso un maggior benessere, chiedendoci di trovare il modo per far pace con quelle parti di noi.

Più cercheremo di distanziarci, più quegli aspetti si faranno pressanti portandoci ad intensificare sempre più lo sforzo per impegnare la mente in altro, rischiando di creare quel “gorgo infernale” di cui parla Riccardo.

Forse, allora, la nostra lotta interiore non è in realtà contro il lavoro ed esso stesso non è il vero fiume da contenere, ma di fatto a sua volta una diga per evitare che la consapevolezza del dolore ci invada. E forse, dunque, solo quando riusciremo a guardare le nostre ferite profonde, a prendercene cura ed a renderle non più dolenti, potremo essere liberi di ritrovare un equilibrio di vita pieno e profondo, senza più il bisogno di scappare fuori da noi stessi.    

Aloni Manuela, psicologa psicoterapeuta EMDR.

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