FREEZE – riflessioni psicologiche su storie di quarantena. 2 – WORKAHOLIC

Progetto di Francesca Sangalli con la consulenza di Manuela Aloni

© 2020. Tutti i diritti sono riservati

Mi trovo in una situazione che in gran parte può sembrare una beffa. Sono sommerso dal lavoro, in casa, senza orari, la mia famiglia blindata fuori dalla porta, io in camera. Sono costantemente deconcentrato, irritato, mi sembra di essere tornato indietro di dieci anni. A pranzo mi faccio lasciare un panino fuori dalla porta, se vengo interrotto ho delle reazioni aggressive eccessive ma non riesco proprio a controllarmi, persino il gatto che cerca di entrare mi scatena nervosismo. Mi interrompe, devo occuparmi di lui o chiedere a mia moglie se può dargli da mangiare perché magari sono in conference call. Il matrimonio è teso. Mia moglie ha detto che se tutto sommato può ancora sopportarmi è grazie al fatto che non esco dal mio studio. Quando esco siamo come due molle schiacciate, pronte a scattare, una più spaventosa dell’altra, io mi sento come il pupazzo cattivo nella favola del soldatino di piombo e so che lei non è da meno, che dobbiamo stare attenti a non parlare.

Tempo fa quando vivevo da solo, più di dieci anni fa ho costruito e messo in piedi la mia azienda di cui sono manager. Ero fanatico del lavoro e per me era un’occupazione di tutte le ore, mi sentivo instancabile e pensavo di poter battere gli altri sul tempo proprio in grazia della mia ostinazione. Niente pause, niente viaggi, niente vacanze. Lavoravo da casa e non esisteva il pranzo la cena. L’uscita con gli amici mi sembrava noiosa. Poco a poco questa spirale mi ha fatto stare male, ho perso la mia identità dentro a un computer e ho tenuto in piedi l’azienda per un pelo, ma avevo perso il controllo. Dopo un percorso di autodisciplina mi sono deciso a portare ogni contatto, il computer, il telefono in uno studio in affitto, lontano da casa e mi sono obbligato a chiudere sempre prima di sera per prendere la macchina e tornare in un luogo dove non mi potesse raggiungere la mia impresa. Questo piano piano mi ha portato a essere quello che ero oggi, a costruire un vissuto con amici, a investire nelle vacanze, costruire una famiglia, appassionarmi a diversi hobby e provare un nuovo piacere nel riscoprire la mia identità scollegata da quel turbinio di richieste, fatture, soldi, problemi a cui io stesso avevo dato vita.

Otto settimane fa, quando si è prospettata la chiusura di tutto, mi sono dovuto rassegnare e ho portato a casa tutto il necessario per proseguire da remoto il lavoro ma non mi concentro e sono scivolato di nuovo in questo gorgo infernale. Non dormo più. Mi sento in gabbia e mentre mi accorgo che la mia famiglia si sta allontanando sempre di più sono spaventato all’idea che alla riapertura rimarrò solo e perderò tutto l’affetto per me stesso, quello dei miei figli, quello di mia moglie, che, esasperata, è diventata gelida e scostante.

Lettera di Riccardo P.

Riccardo ci porta in un mondo complesso e spesso oggetto di una lettura distorta: il workaholism, una vera e propria dipendenza dal lavoro dove l’attività professionale diventa totalizzante, andando a sopprimere e rendere privi di reale interesse gli altri ambiti di vita. A differenza della maggior parte delle altre forme di dipendenza, però, questa difficilmente viene riconosciuta come tale e, dunque, come patologica, poiché viviamo in una società in cui la spinta alla produttività ed al profitto viene percepita come fattore di successo personale, spesso sottovalutando i costi emotivi e la sofferenza psicologica a ciò connessi.

Riccardo racconta di aver preso coscienza in passato della disfunzionalità del suo agire e di aver attuato delle strategie di autodisciplina per cercare di riequilibrare la propria vita, ma l’isolamento sociale a cui siamo stati tutti obbligati ha reso inapplicabili le tattiche di controllo che aveva eretto a diga psicologica ed il lavoro, proprio come un fiume in piena, ha straripato ed invaso nuovamente tutti i territori della sua mente. Ma è davvero l’ambito professionale il problema da risolvere? O forse, come per qualsiasi forma di dipendenza, la sostanza, in questo caso il lavoro, è solo uno strumento per cercare di colmare vuoti e mancanze interiori di altro genere? Nella storia personale di ciascuno di noi spesso sono presenti vissuti dolorosi legati a relazioni difficoltose in ambito familiare o scolastico, oppure connessi ad eventi traumatici indelebili. A volte questi ricordi sono come delle ferite ancora aperte, a cui è impossibile avvicinarsi senza un’estrema sofferenza; possono essere fonti di paura, angoscia, senso di impotenza ed inadeguatezza, motivo per cui si può avere l’impulso di allontanarsene il più possibile, di scappare lontano, magari impegnando freneticamente corpo e mente in altro… magari proprio nel lavoro. L’impegno professionale, e il riconoscimento sociale che ne deriva, può apparire inconsciamente come una perfetta via di fuga. Ma non possiamo scappare da noi stessi. Non per sempre. I vissuti traumatici del passato continueranno a premere per essere affrontati, perché la nostra mente cerca sempre la via verso un maggior benessere, chiedendoci di trovare il modo per far pace con quelle parti di noi.

Più cercheremo di distanziarci, più quegli aspetti si faranno pressanti portandoci ad intensificare sempre più lo sforzo per impegnare la mente in altro, rischiando di creare quel “gorgo infernale” di cui parla Riccardo.

Forse, allora, la nostra lotta interiore non è in realtà contro il lavoro ed esso stesso non è il vero fiume da contenere, ma di fatto a sua volta una diga per evitare che la consapevolezza del dolore ci invada. E forse, dunque, solo quando riusciremo a guardare le nostre ferite profonde, a prendercene cura ed a renderle non più dolenti, potremo essere liberi di ritrovare un equilibrio di vita pieno e profondo, senza più il bisogno di scappare fuori da noi stessi.    

Aloni Manuela, psicologa psicoterapeuta EMDR.

FREEZE – riflessioni psicologiche su storie di quarantena

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Progetto di Francesca Sangalli e Manuela Aloni

© 2020. Tutti i diritti sono riservati

  È da poco scoppiata un’epidemia, guardo la televisione angosciata. Mi assale un terrore paralizzante che avvolge corpo e mente, il mio cuore non pulsa, lo scorrere del sangue nelle vene e nelle arterie si ferma. Resto semplicemente qui, immobile, con gli occhi ben aperti, vedo i confini della mia stanza, respiro in modo irregolare, non ho neanche il coraggio di alzarmi. Bisognerà far qualcosa: comprare da mangiare, provvedere a pulire la casa, recuperare in farmacia qualche mascherina. Prendo il cellulare e, per un tempo lunghissimo, mi immergo nella lettura dei social: alcune persone provano a difendersi cercando disinfettanti, saponi, anche io dovrei provare a reagire. Mi sforzo con la mente di dire alle gambe: su alziamoci! Niente… nessun muscolo si attiva e più penso che devo assolutamente fare qualcosa e meno riesco a muovermi. Mi viene in mente una cosa che ho sentito raccontare riguardo alle donne stuprate: donne turbate dal loro immobilismo di fronte all’aggressione, le rivedo che scuotono la testa e non si spiegano l’accaduto: “Non riuscivo a muovermi, non riuscivo a far nulla”. Ecco cosa mi sta accadendo: passo dei giorni in questo stato ad ascoltare le brutture della pandemia, i morti, gli ospedali, i familiari in lacrime, mi fa male ossessionarmi, ma… niente, non riesco a staccare l’attenzione e prendere aria, ho paura per me, per gli altri, per il mondo…

Mi rassicura solo l’idea di starmene chiusa in una stanza con le mie cose e non avere contatti con nessuno. Nemmeno al telefono. Lascio andare a vuoto la suoneria fingendo di non esserci. L’idea di parlare con qualcuno mi pesa come un macigno. Sarà perché temo qualche brutta notizia, qualche morto, qualche peggioramento, oppure temo che mi si chieda di uscire e non so come spiegare che non ne ho nessuna intenzione, che, anzi vorrei che tutti restassero fermi.

 Adesso a distanza di una settimana la situazione si è un po’ sciolta dentro di me, anche se fuori si è aggravata. Le mie peggiori paure sono state confermate da scienziati e politici, ma almeno so che nessuno troverà esagerato il mio ritiro. Adesso il problema è un altro: questa quarantena durerà a lungo e devo tentare di riempire il tempo in qualche modo. Provo a leggere un libro che ho sul comodino, ma la concentrazione per farlo continua ad andare via, inutile estraniarmi in un romanzo, il presente è “troppo Presente”, troppo pesante, mi arrendo al primo tentativo anche dopo aver provato a chiedere dei rimborsi per un viaggio che non posso più fare, rimando la noia di recuperare un documento che mi serve. Ho questa sensazione di collasso: tutto il mio mondo è bombardato, bruciato, contagiato e compare all’improvviso dentro la mia testa una colonna sonora, è una canzone dei Subsonica, dice: “fuori è un mondo fragile ma tutto qui cade incantevole…”. È come se fossi protagonista del video e stessi assistendo al mondo che crolla, osservo inerme l’apocalisse. Tutti i social e quei messaggi che prima mi tenevano in contatto con gli altri ora mi irritano, mi sembrano un chiacchiericcio dannoso. Non ho nemmeno voglia di ridere, di ascoltare una barzelletta o prestare attenzione a un meme ridicolo, perché scherzare davanti a tutta questa sofferenza mi offende. Non capisco questi che hanno bisogno di esprimersi con parole, canzoni, poesie, video, ma perché a me non viene? Perché non partecipo?  Mi sento più sola di prima circondata da un mondo di iperattivi chiusi in casa che annegano lo sconforto con mille iniziative. So che anche io devo scrivere un progetto di lavoro e consegnare… mi metto davanti lo schermo e lì… niente. Scrivo una frase e la cancello mille volte, perde tutto di senso, mi sembra qualunque progetto sia inutile da pianificare.

Ancora una volta, resto ferma.

Panico.

Lettera di Caterina D.

Ciò che Caterina descrive può essere letto come una reazione di Freezing, una sorta di congelamento, di blocco quasi totale delle attività del nostro corpo e della nostra mente non strettamente necessarie; si tratta di una difesa volta a canalizzare tutte le nostre energie nella ricerca di un pericolo che sentiamo presente e contemporaneamente a renderci quasi impercettibili ad esso, nel tentativo di scampare all’attacco.

In quanto esseri umani portiamo nel nostro bagaglio ereditario tutto ciò che ha permesso ai nostri antenati di sopravvivere nei millenni e che ogni generazione contribuisce ad arricchire. Una quota di questo prezioso patrimonio ha origini molto antiche e ben sedimentate ed è ritrovabile anche nelle altre specie animali; in essa sono stati conservati anche i meccanismi di difesa più efficaci da attivare di fronte al pericolo: Freeze (Congelamento), Flight (Fuga), Fight (Attacco).

Queste reazioni istintive di auto protezione si attivano automaticamente, a volte in sequenza, altre volte singolarmente, ogni volta che ci sentiamo minacciati e in pericolo di vita. Si tratta di meccanismi fisiologici, che, però, possono diventare disfunzionali nel momento in cui si attivano eccessivamente o in maniera prolungata, diventando essi stessi una minaccia per l’individuo.

Il Freezing di Caterina, la sua immobilità, l’iperallerta ed il terrore l’hanno imprigionata nella sua stanza, nel tentativo di proteggerla da un nemico invisibile che sicuramente si è fatto largo nella sua e nella nostra realtà e di cui siamo fin troppo informati, ma che non necessariamente è fuori dalla sua porta in attesa di colpirla. Caterina vive l’impossibilità della fuga e del combattimento con grande senso di impotenza ed inconsciamente il suo sistema di difesa sembra portarla a tentare di simulare la sua non esistenza per cercare di evitare la morte reale.

Ma anche nelle situazioni più critiche la nostra mente cerca il modo di guidarci verso un maggior benessere e la colonna sonora che è comparsa ultimamente nei pensieri di Caterina potrebbe rappresentare un segnale che le indica la via da percorrere. Il ritornello della canzone, infatti, ha un verso in più rispetto ai due citati: “Fuori è un giorno fragile, ma tutto qui cade incantevole… come quando resti con me”. Caterina troverà la sua personale lettura di queste parole, ma credo sia interessante notare che normalmente in un bambino ciò che permette di disattivare il sistema di difesa è proprio la presenza di un legame affettivo rassicurante.

Aloni Manuela, psicologa psicoterapeuta EMDR.

Violenza psicologica

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violenza psicologica

Esiste una violenza forse peggiore della violenza fisica: la violenza psicologica. Sono quelle parole umilianti, svalutanti, sprezzanti che lentamente e subdolamente ti penetrano nella mente, prendono il controllo dei tuoi pensieri e ti portano ad identificarti con esse. Così, piano piano, senza accorgertene, inizi a credere che quelle parole siano vere: che non vali abbastanza, che non hai la capacità di prenderti cura di te e magari dei tuoi figli. Pensi di non avere via d’uscita, perché quelle parole ti hanno convinta che l’inferno in cui ti trovi è solo colpa tua. E parlarne con qualcuno è quasi impensabile, perché hai paura che anche gli altri possano pensare quelle cose di te e giudicarti male.

All’inizio le parole erano come una brezza leggera, che scompiglia i capelli, ma in fondo non è poi così fastidiosa. Però nel tempo si sono trasformate in un vortice sempre più violento, forse non più solo verbale, sono diventate un tornado che ha completamente distrutto la tua autostima, il tuo mondo affettivo e le tue prospettive future. Ti hanno portato a sentirti sola ed impotente, circondata da persone che pensi non potranno mai capirti. Paradossalmente sono proprio quelle parole che ti incatenano dove sei e ti tolgono la forza per ribellarti.

Ma, se guardi bene, dentro di te troverai una piccola luce che continua a brillare, nonostante tutto, un’energia vitale che combatte strenuamente per tornare ad illuminarti ed aiutarti a ritrovare te stessa. Dalle una possibilità. Permettile di indicarti la strada, tra i meandri oscuri e spaventosi che dovrai attraversare per uscire da tutto questo. E così forse ti accorgerai anche che ci sono altre persone intorno a te, pronte a tenderti la mano, a camminare al tuo fianco per sostenerti e supportarti ogni volta che ne avrai bisogno. E alla fine di tutto potresti scoprire che puoi contare su te stessa, che puoi essere amata e amarti per ciò che sei e permetterti di tornare a vivere.

O di continuare a farlo.

Lascia che sia relax… online!

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Nuova edizione del percorso di rilassamento guidato “Lascia che sia relax!” in versione online! La necessità di mantenere il distanziamento sociale, le incertezze sul futuro nei vari ambiti di vita e le preoccupazioni vissute in questi mesi possono diventare fonte di grande stress e tensione, motivo per cui abbiamo bisogno di guardare in noi stessi, alla ricerca delle risorse necessarie per fronteggiare la situazione sia internamente che esternamente.
Questo percorso di rilassamento guidato ha come obiettivi la riattivazione della cura di sé e l’esplorazione dei luoghi di benessere interiore, attraverso il risveglio immaginativo dei cinque sensi. Si svolgerà in un contesto di gruppo di massimo sei partecipanti, ma il viaggio sarà unico e differente per ognuno.
Ciascuno si munirà di un piccolo “diario di bordo” in cui tenere traccia di quanto colpirà la sua coscienza durante le visualizzazioni; questo permetterà di rinforzare ulteriormente la capacità di richiamare il benessere sperimentato e potrà divenire un utile spunto di riflessione e di crescita personale. Di volta in volta, ognuno sarà libero di condividere con gli altri membri del gruppo la sua esperienza oppure di tenerla per sé.

Conduttrice: Dr.ssa Manuela Aloni, psicologa psicoterapeuta specializzata in Procedura Immaginativa ed Emdr (Eye Movement Desensitization and Reprocessing).

Date e orari:
Giovedì 18/06/2020 ore 18.30 – incontro di presentazione del percorso “Lascia che sia relax!” (partecipazione gratuita, prenotazione obbligatoria)
Giovedì 25/06 ore 18.30 – 1°incontro
Giovedì 02/07 ore 18.30 – 2°incontro
Giovedì 09/07 ore 18.30 – 3°incontro
Giovedì 16/07 ore 18.30 – 4°incontro
Giovedì 23/07 ore 18.30 – 5° incontro
La durata di ogni incontro sarà di un’ora.

Costo: Il percorso di 5 incontri viene offerto al costo agevolato di 60 euro invece che 80!

Informazioni ed iscrizioni: contattare la dr.ssa Aloni al numero 3483935395 oppure via e-mail all’indirizzo alonimanuela@gmail.com. Vi verrà inviato il link per partecipare alla presentazione.
Le iscrizioni al percorso verranno chiuse martedì 22/06/2020.

Se siete interessati ad altre date od orari, scrivetemi!

DAL 1° GIUGNO 2020 SI RIPRENDONO LE SEDUTE IN PRESENZA!

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Dopo un lungo periodo di lavoro esclusivamente online, dal 1° giugno 2020 riprenderò l’attività in presenza nel mio studio di Trezzano sul Naviglio per quelle persone che presentano una situazione di urgente criticità, ma che non hanno modo di usufruire delle video-sedute.  Sarà, però, necessario seguire alcune norme igieniche indicate dal Ministero della Salute, dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’ATS Milano e precisamente:

  1. Le sedute in studio non verranno effettuate in caso di presenza di sintomi simil-influenzali (febbre superiore a 37,5 °C, tosse, raffreddore, mal di gola, difficoltà respiratoria, malessere) o con soggetti in quarantena, anche se asintomatici.
  2. All’ingresso, verrà misurata la temperatura, si richiederà di disinfettare le mani con soluzione idroalcolica e di indossare correttamente la mascherina chirurgica o ffp2. In caso il paziente avesse una mascherina di altro tipo (es. mascherine in tessuto), gli sarà richiesto di sostituirla con una chirurgica monouso che provvederò a fornirgli.
  3. Si eviteranno abbracci e strette di mano.
  4. Gli appuntamenti verranno scaglionati attentamente per garantire l’accesso di un solo paziente per volta e per avere il tempo di arieggiare e sanificare gli oggetti di maggior uso tra una seduta e l’altra (maniglie, interruttori, porte, divano, etc.).
  5. Per casi straordinari in cui il paziente necessiti di assistenza o accompagnamento (ad esempio nel caso di minori), l’accesso sarà limitato ad un solo accompagnatore.
  6. Durante i colloqui si terrà una distanza di almeno 2 metri.

Tutto scorre

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Tutto scorre, come l’acqua del fiume. Dovremmo lasciare che sia così. Tendiamo ad ancorarci a ciò che conosciamo e ci è familiare, perché abbiamo bisogno per natura di punti fermi, di sicurezze. A volte, però, pur di averli, restiamo aggrappati con tutte le nostre forze a scogli che solo illusoriamente ci tengono a galla, ma che in realtà possono trasformarsi in pericolose trappole, che ci impediscono di vivere pienamente. Quando prendiamo consapevolezza che ciò sta accadendo, dovremmo trovare il coraggio e la forza di lasciare andare, di lasciarci trasportare dalla corrente, di sentirci temporaneamente in balia delle onde, per cercare un punto d’appoggio più solido o per raggiungere acque più calme.
La vita scorre. E l’unico modo per poterla vivere davvero è scorrere con lei, lasciandoci trasformare dal viaggio. Dovremmo permettere che qualcosa rimanga dietro di noi e che qualcos’altro ci arricchisca e ci accompagni lungo il percorso. Almeno per un po’.

(foto di Roberto Aloni)

Il Passaggio

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La Pasqua si avvicina e mi colpisce come il suo significato simbolico possa essere più che mai aderente a ciò che stiamo vivendo. Mercoledì 26/02/2020, infatti, è iniziata la Quaresima cristiana e, in contemporanea con essa, la quarantena attivata per fronteggiare l’emergenza sanitaria. Al di là delle scelte personali e delle convinzioni religiose, stiamo vivendo forzatamente un periodo di ritiro e di rinunce, che può diventare occasione di riflessione, distacco dal superfluo, ricerca e riscoperta dei propri valori e della giusta direzione da seguire nella vita. La penitenza altro non è che guardarsi dentro, riconoscere i propri errori e provare rammarico per averli commessi. Ma la Pasqua (e la sua valenza simbolica) non termina con questo. Essa segna il punto di Passaggio, l’avvio del cambiamento e della trasformazione. Devono passare, poi, altri quarantanove giorni d’attesa per giungere alla Pentecoste, momento in cui si può finalmente festeggiare con gioia e gratitudine la rinascita in tutte le sue forme. Quest’anno cade il 31 maggio… Chissà se in quella data potremo festeggiare anche l’avvio di una nuova vita, che non sia semplicemente graduale ritorno a quella precedente.

Una rosa senza spine

Quanti la desiderano. Una rosa che riempia l’anima col suo profumo, che sazi gli occhi con i suoi colori vellutati, che confonda i sensi con la sua morbidezza. Una rosa che doni solo piacere, bellezza e benessere. Ma ogni rosa ha le sue spine. Fastidiose, dolorose, a volte ben visibili ed evitabili, a volte manifeste solo troppo tardi. A volte, poi, sembrano restare solo quelle. Cadono i petali, uno alla volta, finché del fiore non resta più nulla. I rovi sono lì, dritti e verdi, ma spogli, apparentemente aridi e tristi. Poi un mattino la magia ritorna: un piccolo bocciolo si è fatto strada lungo i filamenti assopiti, nutrendosi della linfa nascosta ma ancora presente. Le spine, che fino ad allora hanno preservato il fusto perché potesse accogliere il piccolo frutto, lo proteggono amorevolmente dalle mani precipitose che se ne vorrebbero impossessare e dalle bocche voraci che se ne vorrebbero cibare, finché non sarà giunto per lui il momento di schiudersi al mondo. Ed ecco splendere una nuova rosa, un nuovo soffice letto per la rugiada del mattino, un nuovo dono di bellezza e colore. Gli occhi vi si posano e riscoprono l’armonia, la gioia e la pienezza della vita. Ed è il momento in cui si possono ringraziare le spine, poiché emerge la consapevolezza che senza di esse la rosa non potrebbe esistere.

Educare al rispetto.

Per favore. Grazie. Scusa. 
Parole semplici, magari scontate, ma con un grande valore intrinseco, legato al riconoscimento ed al rispetto dell’altro. In una realtà sempre più egocentrica ed emotivamente disconnessa, dove gli educatori faticano a dare linee guida alle nuove generazioni, io riparto da qui. Far comprendere ai bambini (e non solo!) l’importanza di queste parole e del loro utilizzo rappresenta l’inizio di un percorso di presa di coscienza dell’altro come di una persona meritevole di attenzione e riguardo. 
Non si tratta solo di pronunciarle, ma di sentirle vere dentro di sé. Si tratta di comprendere che ciò che stiamo chiedendo all’altro “per favore” implica un suo sforzo, piccolo o grande che sia, e ringraziarlo esplicitamente per questo  con un “grazie” è una forma di ricompensa simbolica, che esprime riconoscenza. Scusarsi per un gesto sbagliato o per una parola uscita male, siano questi volontari o meno, è per alcuni particolarmente difficile, poiché implica il dover ammettere di aver commesso un errore o perché viene visto come segno di debolezza; riuscire a farlo, invece, è un atto fondamentale per provare a risanare il torto fatto e spesso può smorzare nettamente la tensione creatasi. La parola “Scusa”, quindi, può diventare uno strumento di potere positivo.

E allora, proviamo a rendere queste tre parole protagoniste della nostra quotidianità, non come vuota ripetizione, ma come atto riflessivo su di noi e sugli altri. 

Partiamo da noi. I bambini ci seguiranno a ruota!

Questione di genere? 

Una famiglia con due bambini,  un maschio ed una femmina. I genitori cercano di crescere entrambi il più possibile liberi da stereotipi legati al genere, lasciando che siano loro a scegliere le attività da svolgere, indipendentemente dal fatto che esse siano di solito etichettate come maschili o femminili: giocano a palla, corrono, sfogliano libri, cucinano o fingono di farlo, si trasformano in animali o in cabarettisti, usano bambole, pentolini, colori e pupazzi. In casa si parla spesso del fatto che ogni individuo deve essere libero di essere ciò che sente di essere, nel rispetto della libertà altrui e che “le cose da maschi” e “le cose da femmine” possono piacere o non piacere al di là del genere di appartenenza. 
Ma non è semplice educare in tal senso, poiché siamo letteralmente circondati da stereotipi e noi stessi ne siamo, talvolta anche inconsapevolmente, portatori.  Difatti, nonostante l’impegno profuso, la figlia minore, oltre ad affermare che il suo colore preferito è il rosa – e fin  qui nessun problema -, è convinta che quello di suo fratello sia il blu, cosa che sostiene fermamente anche quando lui stesso le ribadisce più volte che il suo colore preferito è da sempre il giallo.

Si tratta solo di un esempio della tendenza dei più piccoli ad affermare il proprio pensiero anche a fronte di evidenze differenti, o si può leggere come un segnale dell’esposizione, involontaria ma inevitabile, agli stereotipi di genere?

Certo è che l’influsso dei modelli culturali basati su ruoli predefiniti è molto presente nella nostra società e tende a infiltrarsi anche in contesti caratterizzati da un approccio accogliente e valorizzante l’individuo in quanto tale.